Negli ultimi 20 anni il fenomeno mafioso non si è solo trasformato ma è stato capace di evolversi. In un Paese talvolta arretrato come il nostro, le mafie rappresentano la punta più avanzata della modernità: investono nelle energie rinnovabili, nelle nuove droghe, nel gioco d’azzardo e le slot machine, nei compro oro che spuntano come i funghi nelle nostre città.

I clan non stanno a guardare, sono capaci di cogliere i passaggi di fase politica, di adattarsi ad un sistema economico in continua espansione e sono un caso nazionale come hanno dimostrato – la cosiddetta trattativa, l’inchiesta “Infinito”, il voto di scambio a Milano, gli ultimi comuni sciolti per mafia in Liguria, il caso del pentito Nino Lo Giudice che avvelena gli uffici giudiziari a Reggio Calabria.

Quest’ultima, capitale della ‘ndrangheta. Avvolta per anni da inquietante silenzio: siamo dovuti passare dall’omicidio Fortugno nel 2005, dalla strage di Duisburg nel 2007, dalla rivolta nelle campagne di Rosarno nel 2010 fino al necessario scioglimento del consiglio comunale di Reggio affinché si accendessero i riflettori sulla Calabria. E intanto la ‘ndrangheta s’è presa pezzi interi di economia, di società e di territorio del nord Italia (nonostante il grottesco tentativo di minimizzare da parte della Lega) ed è diventata la più grande organizzazione mafiosa mondiale; gestendo enormi capitali e divenendo leader globale del narcotraffico.

E non è un caso se sempre da Reggio Calabria a Roma è arrivato Giuseppe Pignatone, procuratore della capitale da più di un anno. Roma oggi è una città di mafie alla stregua di Palermo, Napoli, Reggio Calabria e Milano. Ma a Roma in pochi, tra le istituzioni, la politica, gli intellettuali e la cosiddetta società civile, sembrano disposti ad ammetterlo.

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In questi anni la politica istituzionale ha utilizzato una grande retorica intorno ai problemi delle nuove generazioni. Retorica accompagnata da scelte che si sono dimostrate sbagliate. Adesso siamo ad un punto di non ritorno. Per cui o questo Paese decide davvero di partire dalla scuola e dall’università per compiere delle scelte nette e precise che permettano trasformazioni reali, oppure anche questa legislatura sarà ricordata – in continuità con quelle dei Governi Berlusconi e Monti – una legislatura dalle lacrime di coccodrillo. Proprio stamattina gli studenti della Rete della conoscenza hanno presentato i risultati di un referendum svoltosi dal 15 aprile al 4 maggio che ha coinvolto quasi centomila studenti a cui è stato chiesto di esprimersi sui nodi centrali del loro quotidiano formativo e la qualità della loro vita universitaria. Da questa ricerca emerge in maniera drammatica la sensazione di incertezza nei confronti del futuro a causa della disoccupazione e della precarietà lavorativa. Un tema sempre evocato ma mai affrontato dalla politica. Questo il terrore di chi studia e non sa cosa succederà dopo la fine del percorso accademico, questo il terrore di chi non si può permettere questo percorso di studi, questo il terrore di chi non ci crede più e decide di stare fermo.
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Non posso non iniziare che ricordando Fabiana ed esprimendo la vicinanza alla sua famiglia, colpita da un dolore troppo grande e troppo ingiusto. La confessione dell’uccisione di Fabiana, avvenuta ieri da parte di un sedicenne, suo coetaneo e concittadino di Corigliano Calabro lascia sgomenti. Durante l’interrogatorio, i giornali – che continuano a titolare colpevolmente “dramma della gelosia” – ci dicono che il ragazzo non ha dimostrato il ben che minimo pentimento per aver accoltellato e bruciato viva la sua fidanzata.

È chiaro che un fatto del genere sciocca e indigna. Eppure quello che è accaduto a Corigliano non è diverso da ciò che si consuma quotidianamente: quello che cambia ogni giorno è solo il nome, l’età, la provenienza geografica, lo stato sociale della vittima e del carnefice. Perché purtroppo quando pronunciamo la parola “femminicidio” ci riferiamo proprio alle tante Fabiane di questo Paese.

Questa Convenzione, che l’Italia si appresta a ratificare, sottolinea la necessità di iniziare un percorso culturale che parta dallo sguardo sociale sulle donne. Parta cioè dalla decostruzione di quell’idea per cui tutto dipende dai nostri comportamenti. C’è ancora chi pensa che se fossimo donne ubbidienti e caste forse gli uomini non sarebbero così violenti: come se una prostituta invece meritasse di essere violentata, picchiata o uccisa. No, la verità è che “Troppo non è mai abbastanza”, come ci ha raccontato Ulli Lust, facendoci vergognare del nostro Paese. Donne pensate e immaginate come oggetti di proprietà, come cose da possedere. E più vivono condizioni di precarietà economica e sociale e più facile diventa la reificazione.

Che c’è di meglio per esempio delle donne migranti? Badanti sequestrate dentro le case degli anziani che accudiscono. Famiglie italiane che pensano che pagando un lavoro comprano la vita di queste donne. Ho intrapreso un viaggio per i centri antiviolenza del nostro Paese. L’ho voluto chiamare #RestiamoVive. La prima tappa è stata proprio a Cosenza al Centro Roberta Lanzino a pochi passi da Corigliano. Bene, quel Centro qualche anno fa è stato costretto a chiudere la Casa Rifugio per donne maltrattate per mancanza di fondi. E sempre in questo viaggio al Centro Ester Scardaccione di Potenza ho ascoltato, tra le altre, le testimonianze di tante donne straniere a cui per lavorare veniva chiesto anche di accettare clausole non scritte come far godere sessualmente il malato o un parente vicino.

In questo quadro, bisogna decostruire modelli e stereotipi. Bisogna avere la capacità di ripensare un nuovo concetto di cittadinanza, per tutti coloro che nascono e vivono in Italia. Ed ecco perché un ruolo centrale in questo percorso lo rivestono la scuola e l’università, i mezzi di comunicazione, l’informazione. La Convenzione che stiamo per ratificare al Capitolo III – dall’art. 12 all’articolo 17 – ci parla proprio di questo.

Dell’importanza, per esempio, dell’insegnamento dell’educazione sentimentale, della formazione all'”affettività” per far sì che i bambini non seguano quelli che in tutti questi anni sono stati spacciati come elementi innati e che invece sono soltanto le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile. Bisogna mettersi – questa volta sì – dalla parte di tutte le bambine e di tutti i bambini. Un accesso alla scuola libero, pubblico e laico come ha stabilito il referendum a Bologna. In cui restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di autodeterminarsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.

In quest’ottica di formazione di una classe di insegnanti nuovi, un ruolo importante lo riveste l’Università con gli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone, che rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. In Italia anziché essere valorizzati sono sotto scacco: nei tagli applicati dalla riforma Gelmini i primi corsi che sembrano scomparire sono proprio questi. Noi di Sinistra ecologia e libertà siamo intervenuti anche con successo aprendo un dibattito pubblico che ha bloccato la soppressione dei corsi.

Da qui si riparte. Da un’ammissione di colpevolezza da parte della politica, dall’atteggiamento miope di chi in questi anni ha preferito parlare di “sicurezza” e convocare Consigli dei Ministri d’urgenza quando era del tutto evidente che l’emergenza fosse strutturata e radicata. Da chi utilizza il corpo delle donne per portare aventi della propaganda razzista e moralista che non contrasta ma aumenta l’odio nel Paese.

Vede signora Presidente io tra qualche giorno farò 34 anni, sono nata nel 1979, sono figlia della tv commerciale, mi sono imbevuta nel corso della mia vita di cartoni animati con principesse e streghe, telefilm americani con papà a lavoro e mamme a fare biscotti, programmi come “Non è la Rai”. Sognavo da adolescente di essere belle come quelle ragazze e quindi lungi da me uno sguardo giudicante o bigotto nei confronti di chi investe sulle propria fisicità e sul mondo dello spettacolo. Ma oggi c’è un vero e proprio abuso mediatico del corpo femminile che viene associato a qualsiasi prodotto da reclamizzare fino ad arrivare addirittura a inscenare un femminicidio per pubblicizzare un panno per la polvere.

Faccio parte di quella generazione che ha ereditato dal movimento delle donne il concetto di libertà e di autodeterminazione e tanto altro ancora. E pensavo ingenuamente che quei concetti e quei diritti nessuno li avrebbe più messi in discussione. Oggi invece di parlare della precarietà come tratto della mia generazione che figli non ne fa più perché non è neanche nelle condizioni di poterli fare devo ancora stare qui a difendere la legge 194 dagli obiettori di coscienza e dai movimenti pro life spalleggiati da corpuscoli politici fanatici e anacronistici; e a rabbrividire sui dati dell’aborto clandestino.

Con la ratifica a Istanbul rinunciamo a tutto questo e proviamo finalmente a ridare dignità a Fabiana, a tutte le vittime, a tutte le donne e gli uomini di questo Paese.

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La ratifica della Convenzione di Istanbul è una piccola grande rivoluzione

La parlamentare di Sel Celeste Costantino è in prima linea per la battaglia contro la violenza sulle donne. Mentre il Parlamento è alle prese con la ratifica della Convenzione di Istanbul, il trattato contro la violenza sulle donne, la deputata calabrese ha avviato il tour “#RestiamoVive” che vuole frenare la scia di sangue del femminicidio. In un’intervista all’Agenparl, Celeste Costantino illustra il percorso verso l’uscita del tunnel della violenza.

“Le linee guida della Convenzione di Istanbul partono da un assunto che è uno sguardo culturale e sociale completamente ribaltato sulle donne – spiega Costantino -. Si prende atto della violenza maschile sul corpo e sulla psiche delle donne e si individuano le modalità per prevenire la violenza sulle donne”.

Oggi lei interverrà in Aula, su cosa focalizzerà l’attenzione dell’Assemblea?

“Mi concentrerò molto sull’aspetto educativo e una parte la dedicherò alle donne emigranti. Anche rispetto all’esperienza che sto facendo con il tour “#RestiamoVive”, visitando i centri anti-violenza italiani. Dalle prime tappe emerge un dato significativo e cioè la maggiore richiesta arriva dalle donne emigranti che vivono situazioni pesanti e che il più delle volte sono badanti. Persone quindi che si trovano a stare nelle case della persona assistita ed è qui che spesso si verificano episodi di violenza”.

Quali saranno i tempi di approvazione definitiva del provvedimento?

“La risposta del governo è stata immediata. Bisogna capire come sarà l’iter al Senato, ma credo ci sia una forte volontà da parte del governo affinchè si passi subito all’applicazione reale e effettiva della convenzione. Si vuole portare avanti una battaglia comune e questo è un segnale positivo”.

Basta legiferare oppure è occorre attivarsi anche attraverso altri canali come la formazione?

“E’ un passaggio fondamentale che deve avvenire a partire dalle scuole materne, asili pubblici e laici”.

Uno degli ultimi episodi di brutalità nei confronti delle donne arriva dalla sua terra, la Calabria, quali sono stati i suoi sentimenti di fronte all’ennesimo episodio?

“E’ un forte dolore e si pensa soprattutto ai familiari. Però non dobbiamo commettere un errore, cioè davanti ad un’età così giovane c’è l’atteggiamento emotivo da parte della politica e voler reagire davanti allo shock, ma senza rendersi conto che si tratta di un elemento quotidiano. Cambiano i nomi, le età, le provenienze geografiche, le classi sociali, ma il femminicidio miete le sue vittime quotidianamente”.

Lei è autrice di un fumetto su Roberta Lanzino cosa è cambiato da allora ad oggi?

“E’ cambiato tanto perchè prima non si poteva neanche nominare la parola femminicidio. L’altro giorno pensavo a “Comizi d’amore” di Pasolini quando nel ‘63 intervistò un uomo calabrase che diceva che il divorzio non serve davanti a casi di corna perchè solo l’omicidio può spazzare via l’onta del tradimento. Lo diceva con una naturalezza che faceva parte di un contesto e di una mentalità. Il fatto che oggi ci apprestiamo a sottoscrivere una ratifica testimonia che il fenomeno è presente e vivo, però da allora ad oggi sono stati fatti passi in avanti. Anche grazie ai movimenti delle donne e alla maggiore sensibilità da parte degli uomini. C’è un mondo maschile che si sta mettendo in discussione perchè l’attenzione non è solo sulla vittima, ma anche su chi produce violenza. Ed è lì che occorre intervenire, su chi produce violenza”.

Il nostro Paese non ha atteso un pò troppo prima di legiferare sul femminicidio?

“La responsabilità colpisce vari segmenti. Non solo la politica E’ importante che ci sia il lavoro legislativo, ma in parallelo con un lavoro sociale e culturale. I motivi per cui la politica è rimasta indietro sono legati alla mancanza di una neutralità nell’affrontare il tema delle donne. Vent’anni di berlusconismo hanno prodotto un arretramento culturale fortissimo nel Paese. Se da una parte si attribuisce un senso al fenomeno della violenza sulle donne dall’altro l’esempio che arriva dalla politica di centrodestra non è stato positivo, nonostante lo sforzo di alcuni ministri che hanno dato un contributo importante. Come il ministro Carfagna che approvando la legge sullo stalking ha dato un contributo importante al contrasto della violenza sulle donne”. Un argomento, quest’ultimo, che non viaggia da solo, ma tocca tutti gli aspetti della vita, spiega la parlamentare calabrese, e “in questo il governo di Berlusconi non ha aiutato, quindi credo che la responsabilità sia del governo precedente”, ha aggiunto.

Occorrono pene più severe?

“Non credo ad un inasprimento della pena, la legge c’è e tutto sta nel farla funzionare”.

Stiamo andando nella giusta direzione?

“Assolutamente si. La ratifica della convenzione significa una piccola grande rivoluzione che facciamo nel nostro paese”.